EMERGENZA GRUPPO, GRUPPALITÀ, SOCIALITÀ

 

SandroMaielloIntervista del dott. Domenico Capogrossi
Psicologo Psicoterapeuta Individuale e di Gruppo,
Psicoanalista Interpersonale e Gruppoanalista
Servizio di Psicologia AIED

al dott. Sandro Maiello
Psichiatra presso la Asl di Caserta
Psicoanalista Interpersonale e Gruppoanalista
Vicepresidente della Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppoanalisi
docente in Analisi di Gruppo presso l’Istituto di specializzazione
in Psicoanalisi Interpersonale e Gruppoanalisi S.P.I.G.A. di Roma.

Se è vero che l’uomo è per sua natura un animale sociale, come affermava il filosofo greco Aristotele nel IV sec. a.C., cosa accade nel momento in cui un virus invisibile rende lo stare in gruppo, l’aggregarsi fra vari gruppi e la socialità altamente pericolosi per la salute propria e quella altrui?

Per addentrarci nell’emergenza che gruppo, gruppalità e socialità stanno attraversando, con tutti i risvolti pratici, ma soprattutto psichici nei confronti del singolo individuo, ho deciso di porre delle domande al Dr. Sandro Maiello.

Dr. Maiello quanto ritiene importante il gruppo, la gruppalità e la socialità per la crescita di ognuno e ognuna di noi?

Il gruppo e la gruppalità sono alla base della nostra esistenza e sopravvivenza; alla nascita noi veniamo fuori non solo da un utero fisico, l’utero materno, ma potremmo dire anche da un utero culturale-gruppale rappresentato dalla madre, dal padre e dalla cultura dei loro gruppi familiari e sociali di appartenenza.

Seguendo la Horney, ma anche altri psicoanalisti, quali ad esempio Winnicott, Fairbairn, o Foulkes, noi pensiamo alla qualità interpersonale o transpersonale della soggettività, in particolare al fondamento primario e irriducibile della relazione adulto-bambino.

Relazione impregnata dalla cultura familiare e sociale che ci viene trasmessa non solo con i modi di agire, ma che entra a far parte del nostro Sé come il nostro patrimonio genetico.

Considerando la cultura «…come quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società» (Tylor 1871).

Nello stesso Freud l’origine collettiva, quindi culturale dei contenuti dellinconscio trova una formulazione altamente innovativa.

È il rapporto con l’ambiente, inteso come ambiente umano (inizialmente la madre, il padre, la famiglia e via via gli altri contesti gruppali) che porta alla crescita di ognuno di noi.

Nella nostra vita attraversiamo svariati gruppi: scolastici, amicali, professionali; in questi gruppi, attraverso dinamiche intrapsichiche e dinamiche interpersonali abbiamo la possibilità di sviluppare il nostro potenziale di crescita in un interscambio co-generativo.

Allo stesso modo, quando il rapporto con l’ambiente primario è stato da ostacolo alla crescita, comunque in maniera non troppo deviante, può accadere che lo stare in un gruppo accogliente, non giudicante, possa far riprendere uno sviluppo più sano. Per situazioni più complesse, invece, il gruppo terapeutico può essere un valido stimolo alla crescita personale.

Stiamo attraversando un momento molto delicato, il poter stare fisicamente in gruppo viene impedito o quantomeno sconsigliato, a causa del Covid-19. Come si ripercuote questo sul singolo individuo?

La situazione è stata ed è ancora più complessa, infatti se molti sono stati allontanati dai loro gruppi ‘sociali’ e “rinchiusi nel loro gruppo familiare”, altri sono stati isolati, penso alle persone sole per condizione sociale o ad esempio a quegli studenti o lavoratori fuori sede; nel primo caso il gruppo familiare pur nei suoi eventuali aspetti claustrofobici e/o conflittuali non trascurabili, ha costituito una possibile difesa dall’angoscia legata all’isolamento, per gli altri credo che la rete ha rappresentato un efficace strumento di sostegno ad una ‘socialità’, ad un non sentirsi completamente soli, sostituendo relazioni reali con relazioni, se pur virtuali, estremamente utili. Per le persone strutturalmente sole è stata una tragedia, una ferita sanabile con molta difficoltà. Altro aspetto che ora sta emergendo è la paura di uscire, una sorta di agorafobia e claustrofilia per cui l’individuo ha paura del contatto con gli altri che vede come possibili ‘untori’.

Nella domanda precedente ho utilizzato il termine fisicamente, visto che online stiamo sperimentando tante piattaforme su cui poterci incontrare, alcune addirittura fino a 100 persone nello stesso momento. Lei sta utilizzando questa nuova modalità? Anche per i gruppi di terapia? Come si sta trovando?

Sì, la sto utilizzando ed ancora la utilizzo specialmente con i gruppi di terapia, per i quali è chiaramente più difficile incontrarsi fisicamente nel rispetto del distanziamento sociale. Se un analista non ha un mega studio allora per i gruppi terapeutici bisogna procedere con la terapia online ancora per un po’, non so se fino alla pausa estiva. Le limitazioni di questa condizione, una tra tutte l’impossibilità di vedersi nella totalità del corpo, certamente creano grandi difficoltà, ma il bisogno e la volontà dei pazienti a riprendere le sedute mi ha spinto e poi sostenuto nel continuare con questa modalità. Dopo un po’ ci si abitua e ci si adatta a molte cose ed ora procediamo abbastanza bene.

Per quanto riguarda il come mi sto trovando, direi che il detto “far di necessità virtù” è quello che più si adatta alla situazione; ho letto in questo periodo molti articoli di psicoanalisti sulla spinosa e controversa questione, il filo conduttore che mi è sembrato di cogliere al di là delle più varie e articolate argomentazioni, è stato che a condizioni eccezionali si possono dare risposte eccezionali, non perdendo di vista la questione centrale, vale a dire qualsiasi cambiamento di setting (interno- esterno), qualsiasi variazione delle modalità dell’incontro terapeutico, va attentamente considerata e regolata sulle nostre risonanze interne e su quelle dei pazienti. L’importante è riuscire a mantenere quanto più possibile una condizione di setting interno e setting esterno stabile, mi riferisco ad esempio anche alla costanza degli appuntamenti per quanto riguarda il giorno, l’orario e la durata della seduta.

Voglio aggiungere anche che personalmente trovo estremamente limitante nelle sedute dal vivo vis a vis la mascherina che crea una barriera che non ti permette di vedere il volto delle persone che ti sono di fronte e sappiamo quanto sia importante il vedere e l’essere visti, non solo in psicoterapia di gruppo.

Ho il timore che dopo l’estate, se a causa del Virus continueranno le restrizioni rispetto al poter stare in gruppo, con tutto ciò che questo comporta riguardo le nostre abitudini e i nostri svaghi nel tempo libero, potremmo maggiormente accusare il colpo a livello psicologico. Cosa pensa in merito?

È possibile, anche se penso sia importante cogliere i segnali del malessere e non stimolarli come mi sembra che possa accadere, conosciamo abbastanza bene il disturbo post-traumatico da stress, ma questo stress da pandemia globale è qualcosa che non abbiamo mai provato ed i suoi effetti sono tutti da scoprire. Parlavo prima di modalità claustrofiliche o agorafobiche che possono manifestarsi e non dimentichiamo le modalità diffuse della negazione del pericolo dell’infezione con assembramenti di massa a mo’ di moderni riti dionisiaci.

Come nota a margine devo dire che in queste settimane ho visto persone con sintomi paranoidei insorgenti o esacerbati e credo non sia proprio un caso, ma devo rifletterci su.

Quando verrà trovato un vaccino contro il Coronavirus, torneremo ad incontrarci come prima, oppure l’emergenza che stiamo attraversando influenzerà anche in futuro il nostro modo di stare insieme agli altri, in gruppo e di partecipare alla socialità?

Vorrei tanto rispondere che non saremo come prima, ma penso che nel bene e nel male saremo come prima, l’uomo è un animale abitudinario, fa presto a dimenticare o a rimuovere le esperienze negative della propria vita individuale ed anche collettiva.

Sembra sia difficile apprendere dall’esperienza, ci sono spinte al progredire dell’umanità ma altrettante spinte, forse anche più forti, ad una regressione autodistruttiva.

Così come i cambiamenti sono vissuti come catastrofici dal singolo, ancora di più lo sono percepiti dalla collettività, le grandi rivoluzioni seguite da altrettante grandi restaurazioni ne sono un esempio.

L’essere umano è l’unico sul pianeta capace di “tagliare il ramo su cui è seduto”, è l’unico impegnato con tanta tenacia a distruggere l’ambiente nel quale vive.

Vorrei finire però con un barlume di speranza:

che ci possano essere gruppi di persone e non penso solo ai giovani, che possano portare avanti con sempre maggior forza e convinzione un’idea di salvezza del pianeta, penso ai gruppi che si impegnano nel volontariato ambientale o in quello sociale, sono quelli che ad esempio puliscono le spiagge o cercano di salvare le balene dalla plastica o a tutte quelle persone volontarie che sono andate nelle terre dove imperversava il virus per portare la loro professionalità o ai tanti che hanno portato aiuto materiale e morale alle persone sole; penso a quei gruppi di persone che in questi giorni ad Hong Kong e negli Stati Uniti, pur tra tanta violenza, manifestano per un mondo nel quale diritti, uguaglianza e giustizia sociale non siano parole vuote.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Tylor E. B. (1871), Primitive Culture: Researches into the Development of Mytology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, Nabu Press 2010.

Un grazie particolare a nome mio e del Consultorio Aied al Dr. Sandro Maiello per la disponibilità, per la semplicità con cui è riuscito a parlare di argomenti variegati e non sempre di facile comprensione, per i tanti spunti di riflessione che le sue risposte generano. Vorrei concludere con una domanda che l’intervista al Dr. Maiello mi ha stimolato:

quanto è importante che individuo e ambiente in questo continuo interscambio co-generativo imparino a poter sentire e saper gestire le proprie responsabilità?