E SE NON CI SI SENTE UNA “MADONNA DEL LATTE”?

 

della Dott.ssa Valentina Nanni
Psicologa Psicoterapeuta
specializzata nell’adolescenza e nella giovane età adulta,
Candidata della Società Psicoanalitica Italiana
Servizio di Psicologia AIED L’Aquila

e della Dott.ssa Daniela Moro
Psicologa Psicoterapeuta ASNE-SIPsIA,
Servizio di Psicologia AIED L’Aquila

“Care psicologhe del consultorio, leggo i vostri post con molto interesse. Vi vorrei domandare se poteste scrivere sulla raffigurazione dell’allattamento. Facendo una rapida ricerca Google, quasi tutte le foto ritraggono donne vestite di bianco, comodamente sedute a casa, il che va contro l’idea di poter allattare a richiesta, ovunque sia. Cordiali saluti P.”

Questo messaggio ricevuto ci ha profondamente colpite/i.
Il tema dell’allattamento è un tema molto caro a noi professioniste/professionisti Aied e riteniamo estremamente vere ed oneste queste parole.
Se come diceva Shakespeare “Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori, ma dal latte materno”, allattare acquisisce allora un valore sacrale.

1M.D 29 anni
Quando l’ostetrica mi portó dopo il parto mia figlia e mi disse “adesso attaccala”, provai un momento di paura, pensai di non esserne capace e di non sapere come fare. Mi scoprii poi il seno e vidi una piccola goccina di colostro, immaginai fosse latte e pensai che ero pronta… Che potevo farcela! È così la mia bambina si attaccò.
Al secondo giorno fu fondamentale un consiglio da parte di un’ostetrica che vedendo l’iniziale formazione di una ragade mi consigliò immediatamente come curarla, così riuscii a procedere in modo sereno con l’allattamento.
Mi trovai spiazzata il giorno che arrivó la montata lattea…improvvisamente il mio seno divenne grandissimo… e pensare che ho sempre sperato in qualche taglia in più… eppure mi vedevo mostruosa e dolorante. Anche in questo caso fu d’aiuto un’altra donna, un’amica. Mi consigliò di tirare subito il latte per evitare ingorghi, così feci. Allattai la mia bambina fino al 10 mese, poco dopo il termine dello svezzamento.
Guardando al passato ho nella mente solo ricordi positivi e un senso di gratitudine verso chi mi ha aiutata e indirizzata, perché è vero che l’allattamento è naturale, ma naturale non vuol dire senza difficoltà.

L’allattamento è la prima forma di comunicazione tra madre e bambino, un luogo nel quale rincontrarsi e ritrovare quel legame intenso della gestazione. Gli studi sull’osservazione al neonato e gli studi dell’Infant reserch concordano sull’affermare che questi primi momenti relazionali saranno quelli che getteranno le fondamenta per la formazione della persona.
Proprio per la sua ricchezza e per le sue potenzialità, questo primo nutrimento e questo primo incontro tra la madre e il bambino, sono i temi più rappresentati nella pittura dalle cosiddette “Madonne del latte”, iconografia cristiana ricorrente nell’arte e presente già nell’Egitto ormai cristianizzato del VI o VII secolo dopo Cristo.
Queste immagini ritraggono donne dedite all’allattamento e intente nello sguardo all’incontro con il figlio; rappresentazioni di momenti unici e magici.

Ma l’allattamento è sempre un momento magico? Cosa succede se invece quel momento desiderato e immaginato non corrisponde alle aspettative? Cosa succede se non ci si sente una “Madonna del latte? La relazione con il nostro bambino sarà compromessa?

Abbiamo provato a farci raccontare dalle mamme come hanno vissuto il loro allattamento.

L.V. 35 anni
2E’ stata un’esperienza molto attesa, fantasticata, ma al tempo stesso temuta: mia madre non aveva avuto latte, alla mia nascita, chissà se io ne avrei avuto… In realtà, di latte ne ebbi perfino in abbondanza, all’inizio. Ero felice, gratificata, ma pochi giorni dopo le dimissioni dall’ospedale iniziai ad avere i primi problemi: mio figlio non cresceva, i capezzoli erano doloranti, i seni molto duri. Chiesi aiuto in ospedale: sembrava che il bambino non si stesse attaccando nel modo corretto. Mi insegnarono come fare, ma nei giorni successivi il problema sembrò comunque non risolversi: l’allattamento era ogni giorno più doloroso, al punto che lasciavo dormire mio figlio più a lungo, pur di non provare quelle fitte lancinanti… Iniziai anche ad avere i primi ingorghi, che in un paio di occasioni si trasformarono in mastiti, con febbre alta e seno quasi intoccabile. Non sapevo a chi chiedere aiuto: provai con una consulente, con delle amiche, alla ricerca di prodotti o soluzioni che mi permettessero di allattare senza dolore. Iniziai a tirare il latte, a usare creme, paracapezzoli… con un seno andò meglio, con l’altro il dolore acuto proseguì fino al sesto mese, quando una senologa mi suggerì le coppette d’argento, con cui il problema si risolse in breve tempo. Mi domandò anche come avessi fatto a resistere fino a quel punto, con il seno in quelle condizioni! Alla fine, continuai ad allattare fino ad uno anno circa del bambino, sentendo di riparare sufficientemente le ferite interne di un’esperienza profonda e coinvolgente, ma per me, purtroppo, anche tanto difficile e dolorosa.

NA, 34 anni
Come si può raccontare un’esperienza così…potente?!
3Desideravo fortemente allattare (soprattutto dopo il cesareo volevo che ci fosse qualcosa che potessi sentire come naturale) e ce l’ho messa tutta, anche contravvenendo alle indicazioni iniziali delle puericultrici dell’ospedale che alle dimissioni mi consigliavano di dare l’aggiunta. L’ho fatto, qualche volta, e solo affidandomi al mio istinto che mi diceva che il piccolo ed io dovevamo trovare un modo per sintonizzarci. Non è stato semplice… tra l’incoscienza e il coraggio. Ci sono riuscita ed è stato bellissimo… E allora perché ero felice, ma mi sentivo in colpa quando desideravo di essere un po’ più libera? Mi sono affidata alle richieste del bambino, che nel primo mese ci coinvolgevano per quasi l’intera giornata. Ecco. Come si può raccontare tutto questo? Un misto di amore e desiderio, ma anche di assenza di spazi; di disponibilità, come pure di bisogno di respirare separatamente. L’inizio è difficile. Lo scorrere del tempo aggiusta i ritmi.

L’allattamento al seno è la strada da preferire.
Ce lo dicono le ricerche, ce lo dice l’OMS, ce lo dicono ostetriche e pediatre/i.
Ma se non fosse possibile?
Non sempre è facile trovare una sintonia. Gli inizi sono complessi.
Perché per quanto si possa essere abituate all’idea del nuovo arrivo non è facile adattarsi concretamente alla novità. Un momento prima la/il bambina/o è nella pancia, un secondo dopo tra le braccia.
Perché il parto è stancante, si può essere sfinite e allora anche il grande desiderio di attaccare subito al seno il/la nascituro/a deve fare i conti con lo sforzo fisico del parto naturale o con gli effetti del cesareo. Anche queste due esperienze diverse, ugualmente ricche, intense.
Perché trovare un tempo sincrono nel quale il/la bambino/a desidera stare al seno per fame, vicinanza o altro non sempre corrisponde con la disponibilità emotiva della madre.
Perché possono insorgere problematiche che rendono difficile oppure impossibile allattare.
Non è colpa di nessuno, succede.

LF, 35 anni
4“Sono una mamma di 2 bambine di quattro anni e mezzo e 15 mesi. La mia prima gravidanza ha delle complicazioni e mia figlia nasce prematura a 7 mesi e mezzo e pesa meno di 1,5 kg. Per i primi 20 giorni riesco a dare a mia figlia il mio latte tirandolo col tiralatte e portandolo più volte al giorno nel reparto di neonatologia dove era ricoverata; poi non è stato più possibile continuare perché la bambina era troppo piccola per ciucciare da sola e si era già abituata alla comodità del biberon. Usando solo il tiralatte, il latte ad un certo punto è andato via. Quando ho frequentato il corso preparto si è molto parlato di allattamento, di allattamento a richiesta e di quanto fosse “vitale” per entrambi (mamma e bambino) favorirlo e incentivarlo in tutti i modi. Poco o nulla invece si è parlato di tutte quelle situazioni che possono insorgere e complicare il naturale corso della gestazione e dell’allattamento. Mi sentivo una mamma “troppo imperfetta” che non sa nutrire bene la propria bambina. La mia seconda gravidanza è andata, per fortuna, in maniera diversa, mia figlia è nata a termine e, questa volta, ho potuto allattare. È vero allattare al seno è importante, non solo per ragioni nutritive, ma anche perché dà la possibilità di nutrire e coltivare, poppata dopo poppata, la relazione speciale tra mamma e bambino. Grazie a questa seconda esperienza ho potuto riflettere meglio sul mio primo vissuto di madre “troppo imperfetta” e curare i sentimenti di inadeguatezza che l’impossibilità di allattare, insieme all’esperienza della nascita prematura, aveva determinato.”

L’amore tra madre e figlio/a è inspiegabile e l’allattamento è il simbolo di quell’amore. “Nei movimenti della madre e del bambino si crea anche una sorta di coreografia, come quella di due amanti; si muovono in sincronia, avvicinandosi o allontanandosi, seguendo un ritmo comune (Ammaniti, Gallese, 2014)”.
Eppure l’amore è fatto di contraddizioni e difficoltà, di avvicinamenti e allontanamenti, appunto.
E se allora tentassimo un cambiamento di prospettiva?
Se cercassimo di guardare oltre l’allattamento al seno come esperienza cardine della maternità, cosa vedremmo?
Una relazione.

M.P. 33 anni
Personalmente la mia esperienza con l’allattamento artificiale é stata positiva. Per poter affrontare al meglio questa fase della maternità credo sia fondamentale non viverla come una sconfitta.
5Infatti nei corsi preparto e di allattamento noi mammine veniamo “bombardate”di informazioni solo sull’allattamento esclusivo (il cui aggettivo,secondo me sbagliato,sembra lo renda riservato solo a poche)trovandoci impreparate e sentendoci “diverse” per un eventuale allattamento artificiale.
Nulla di più sbagliato.
Una mamma sarà sempre una mamma sia se nutrirà il proprio cucciolo dal seno o da un biberon.
In primis il latte artificiale permetterà al nostro bimbo di crescere come se avesse bevuto il nostro latte e riconoscerà sempre il nostro odore.
Bisogna solo sapersi organizzare e poi tutto verrà naturale.
Ad esempio una passeggiata fin dai primi mesi di vita non é impossibile se si allatta artificialmente,infatti con un termos e un contenitore per la polvere,il latte sarà pronto in qualsiasi momento.
L’allattamento notturno é un po’ più faticoso perché bisogna aspettare che il latte sia pronto,ma personalmente lo scalda biberon sul comodino mi ha sempre aiutata e nell’attesa ho approfittato per qualche coccola con il mio cucciolo.
Il confronto con alcune amiche mamme é stato d’aiuto.
Sinceramente in un primo momento facevo tanti paragoni,ma poi mi sono resa conto che ogni gravidanza,come l’allattamento é a sé,ed ognuna é speciale a modo suo.

Una madre ed un/una bambino/bambina che cercano passo passo di danzare assieme, sincronizzandosi, inciampando, guardandosi negli occhi, arrabbiandosi, ridendo in un va e vieni di tentativi. E se pure non ci fosse il seno a consentire questa danza, ci sarebbero le braccia della mamma a garantire riparo e sicurezza.
Dopo la nascita il centro di gravità si sposta dalla pancia al seno (Stern,1998) ma meglio potremmo dire dalla pancia alle braccia, dove anche la mediazione di un biberon permette al/alla piccolo/a di sentire il calore della madre e alla madre di sentire il calore del/della piccolo/a.
Per una madre è importante sentirsi competente: certamente questo è un vissuto strettamente legato alla propria storia, alla fiducia nelle proprie capacità come donna, all’idea di proseguire una sorta di mandato che discende dalla propria madre.
Una mamma mediamente serena offrirà un riparo più accomodante al/alla proprio/a figlio/figlia, anche se di nubi all’orizzonte, dopo la nascita e oltre, ce ne sono a migliaia. E’ fisiologico.

6ML, 32 anni
“Ci sono troppe componenti come allattamento, mancanza di sonno, rapporto con il partner e nuova vita che portano noi mammine a “impazzire”….io ho passato giorni a piangere ma non sapevo perché.”

La maternità, come l’allattamento si muove tra luci e ombre, sereno e nubi, ideale e realtà.
“Ovunque proteggi, ritratto di una madre” dell’artista aquilana Sara Chiaranzelli rappresenta con estrema sensibilità una raffigurazione contemporanea della madre con bambino tipico dell’arte sacra, dell’amore divino. Una madre che stringe tra le braccia il piccolo, rivolto verso il proprio petto, a protezione. Il suo sguardo è rivolto verso un osservatore oppure un’osservatrice, che potenzialmente potrebbero intrudere, con il loro sguardo giudicante o semplicemente con la loro presenza, in questo primario rapporto di esclusività, intimità. Le madri sono molto sensibili agli sguardi e con il proprio, di sguardo, comunicano col bambino in quel luogo denso che è l’abbraccio.

Grazie a tutte le mamme ci hanno accompagnato nella prima tappa di un percorso che proseguiremo nelle settimane a seguire, grazie a quelle che ci leggeranno, grazie a coloro che ci hanno offerto spunti e che vorranno offrirne di altri, grazie alle mamme del corso di accompagnamento alla nascita.
Grazie ai bambini e alle bambine che ci stimolano a nuove riflessioni e a migliorarci.
 
 
 
 
Bibliografia
Ammaniti, M., Gallese, V., (2014), La nascita della intersoggettività, Milano: Cordina editore
Stern, D., (1998), Nascita di una madre, Milano: Oscar mondadori

L’opera è stata realizzata per la mostra “Oltre lo sguardo, Simboli e metafore contemporanee” – presso Sharky Art Gallery, L’Aquila
Per le altre opere dell’artista visitare il sito www.sarachiaranzelli.com