QUALI INFANZIE E QUALI ADOLESCENZE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS?

 

Veronica LevantiDella dott.ssa Veronica D.M. Levanti
Psicologa-Psicoterapeuta Psicoanalitica dell’Infanzia,
dell’Adolescenza e della Coppia genitoriale
Membro associato SIPsIA
Dottoressa di ricerca in Psicologia dello Sviluppo
Servizio di Psicologia AIED L’Aquila

Ho preso le mosse da questo interrogativo, in vista di un mio intervento sul web in programma qualche sera fa, nel quale mi era stato chiesto di parlare di infanzia e adolescenza in questo tempo… Così mi sono domandata: “Ma in quale tempo ci troviamo adesso? Di cosa è fatto il nostro presente?”. Mi è venuta in soccorso una poesia, “Risveglio”, nella quale mi ero imbattuta accidentalmente alcuni giorni prima e che avevo scoperto appartenere ad un poeta friulano venuto a mancare solo tre anni fa, Pierluigi Cappello. I primi versi mi hanno colpita allo stomaco… e al cuore:


Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse

mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto
dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita
in mezzo ad un panorama di pietre sparse e tegole rotte.”

Improvvisamente, queste parole mi hanno trasportata in un tempo che non era già più quello della cosiddetta Fase 1, ma era un tempo con caratteristiche nuove, differenti: un tempo presente caratterizzato da un vuoto aperto dietro a noi. Quel vuoto è il passato che abbiamo la sensazione di esserci appena lasciati/e alle spalle, un passato così incombente e ravvicinato da essere ancora di difficile rappresentabilità e pensabilità. Il presente, invece, sembra dominato da una confusione diffusa e da un sentimento di inaffidabilità, affacciato com’è su un futuro che si preannuncia annebbiato da un’incertezza a cui non siamo in grado di dare forma.

Mi sono domandata, allora, come questa interruzione, questo “annebbiamento”, questa alterazione della temporalità potessero influire sul vissuto di bambini/e e adolescenti, reduci da un passato ancora impenetrabile e piantati/e in un presente instabile, vacillante, improgrammabile. In primo luogo, mi sono soffermata su una premessa necessaria: i/le bambini/e e gli/le adolescenti non vivono il tempo nello stesso modo, dal momento che il tempo non possiede solo una dimensione oggettiva (come costrutto che organizza la continuità delle vicende umane e degli eventi naturali), ma anche una dimensione squisitamente soggettiva (noi viviamo il tempo in un modo che non coincide necessariamente con il tempo segnato dal nostro orologio). Il tempo, inoltre, è strettamente collegato alla dimensione affettiva: angoscia, noia e disperazione, ad esempio, sono influenzate – fra le altre cose – dal modo in cui noi ci orientiamo nel tempo.

Come vivono, dunque, il tempo i bambini e le bambine?

L‘acquisizione della temporalità inizia a strutturarsi fin dalla nascita: studi sperimentali dimostrano come già i neonati siano sensibili a grandezze fondamentali quali tempo, spazio e numero. Per Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico vissuto nel secolo scorso, tre sono i processi che si avviano molto precocemente, nel corso dello sviluppo: l’integrazione (la sensazione, per il/la bambino/a, di sentire riunite le parti del proprio corpo e quelle del proprio Sé), la personalizzazione (la percezione di sé nel proprio corpo) e la valutazione del tempo, dello spazio e delle altre caratteristiche della realtà (il senso di realtà). Tutti e tre questi processi, pur se in misura diversa, sono sostenuti sia dalle esperienze istintuali che provengono dal corpo, sia dalla “tecnica delle cure materne, che fa sì che il bambino sia tenuto al caldo, maneggiato, accudito, cullato e chiamato per nome”. Perché questi processi si realizzino è necessario, tuttavia, un ulteriore ingrediente, che consiste nella capacità della madre di offrire al/la bambino/a quella piccola parte di mondo che lui/lei è in grado di conoscere, proteggendolo/a da quelle complicazioni che non può ancora comprendere. “Soltanto fondandosi sulla monotonia può una madre arricchire il mondo del bambino”, scriveva Winnicott, immaginando che la disillusione e la frustrazione dovessero essere introdotte solo gradualmente nel mondo illusorio e prevedibile dell’infanzia. Melanie Klein, a lungo sua supervisora, parlò similmente della periodicità come elemento da cui traggono origine la percezione del tempo e l’orientamento nel tempo, per i bambini e le bambine.

Cosa ha significato, allora, per i nostri bambini e le nostre bambine l’improvviso venir meno della monotonia, della periodicità, delle routine a cui erano abituati/e? E che impatto ha avuto, per loro, la brusca disillusione alla quale sono stati/e esposti/e, con la violenta irruzione di un limite che ha impedito loro i contatti fisici con il mondo esterno e con persone per loro significative? E’ vero che la quarantena ha offerto loro l’opportunità di sperimentare nuove vicinanze con i loro genitori, ma queste non sempre sono state nutritive: a volte hanno incontrato genitori spaventati e disorganizzati che li/e hanno contagiati/e con i loro vissuti, altre volte sono stati/e esposti/e a tensioni familiari che li/e hanno profondamente turbati/e, altre volte ancora la prossimità ha costituito un freno per quei processi separativi e di costruzione di una progressiva autonomia che caratterizzano l’età infantile. Oltretutto, anche l’istituzione scolastica – generalmente custode di una funzione contenitiva, in affiancamento alla famiglia – ha risentito dell’impatto del lockdown, sgretolandosi e poi ricompattandosi intorno ad una funzione prevalentemente (anche se non esclusivamente) normativa, orientata al dovere e al raggiungimento degli obiettivi prefissati, ma spesso lontana dal supporto empatico fornito, ad esempio, nelle settimane successive al sisma aquilano del 2009. I bambini e le bambine si sono trovati/e, alla fine, in un mondo svuotato dal contatto e dalla relazionalità, perdendo canali di comunicazione insostituibili quali il gioco e le attività condivise con i/le pari.

E gli/le adolescenti cosa hanno vissuto, invece? Come è fatto il tempo dell’adolescenza?

L’adolescenza è, di per sé, un tempo organizzatore, il punto di inizio di un processo nel quale le coordinate temporali subiscono un’alterazione: per un/a adolescente, il tempo può risultare, a seconda dei casi, accelerato, dilatato, immobilizzato… In adolescenza, inoltre, prendono forma due nuove manifestazioni, proiettate una verso il passato e l’altra verso il futuro. La prima è il meccanismo del cosiddetto après-coup (letteralmente, “a colpo avvenuto”), che rimanda alla possibilità del/la adolescente di ritrascrivere il proprio passato, di dargli un significato nuovo alla luce delle esperienze successive e attuali. Dall’altro lato, si struttura una diversa percezione del futuro, che appare sempre più inconoscibile e non familiare: “unheimlich” (perturbante) è il termine che utilizzò Freud per descriverla. E per un ragazzo o una ragazza, perturbanti sono i cambiamenti del corpo e le sensazioni che provengono da esso, perturbante è la messa in discussione di quegli schemi e quei valori genitoriali che davano sicurezza, perturbante è la nuova percezione dei propri genitori come individui e non più come entità distanti e inattaccabili, perturbante è l’immagine sfocata di ciò che si diventerà, fisicamente e psichicamente. Non dimentichiamo, infine, che le transizioni e le trasformazioni dell’adolescenza che conducono all’elaborazione di un nuovo Sé non avvengono solo nella mente dell’adolescente, ma anche all’interno del gruppo familiare e, soprattutto, in quello dei/lle pari.

Durante la quarantena, per gli/le adolescenti non è venuta meno la dimensione gruppale, che si è mantenuta online, fra nuove opportunità ed un incremento dei rischi (sexting e cyberbullismo, ad esempio), ma è venuto meno il corpo, con le sue emozioni ed eccitazioni, improvvisamente sottratto allo scambio relazionale. Un corpo che non si relaziona, dunque, ma anche un corpo immobilizzato, passivizzato, imprigionato fra quattro mura, ostacolato perfino nella sua espressione in ambito sportivo. Ragazzi e ragazze si sono trovati ad affrontare una convivenza forzata con i loro genitori che ha potuto, in alcuni casi, favorire l’apertura di nuovi spazi di incontro, ma in altri ha scatenato tensioni, sospeso processi separativi in atto, alimentato vicinanze eccessive dal sapore, a volte, fastidiosamente promiscuo ed incestuale. Un terremoto del presente che ha richiamato, per i nostri e le nostre adolescenti, anche il terremoto del passato, mescolando alla sensazione di un continuo ricominciare anche l’incertezza di quale sarà il mondo in cui diventeranno grandi. Come se diventare grandi non fosse già, per loro, un progetto intrinsecamente inafferrabile ed incerto.

Dopo aver riflettuto sulla specificità di alcuni processi nell’infanzia e nell’adolescenza e sul differente impatto della Fase 1 su questi stessi processi, ho iniziato a domandarmi se non potessimo, allora, considerarlo traumatico, questo passato che si è aperto dietro a noi e che sembra essere stato lavato via con un veloce colpo di spugna…

Mi è tornato in mente, a questo proposito, il concetto di trauma cumulativo proposto da Masud Khan, psicoanalista inglese. Khan definì cumulativo il trauma che deriva dalla somma delle tensioni e degli urti che il/la bambino/a sperimenta nel periodo dello sviluppo in cui ha bisogno e si serve della madre (o del suo sostituto), al tempo stesso scudo protettivo e Io ausiliario. Questi urti, questi temporanei fallimenti dell’ambiente di accudimento non sono, tuttavia, riconoscibili come traumatici se presi singolarmente, ma lo diventano solo quando si accumulano, quando c’è un eccesso, e questo avviene, peraltro, solo retrospettivamente, a distanza di tempo. E se fosse, dunque, lo stesso anche per la somma degli urti prodotti dalla fase che abbiamo appena attraversato, urti che presi singolarmente possono apparire trascurabili, ma che nel loro sommarsi potrebbero, con il tempo, risultare traumatici?

Penso che la riflessione sia doverosa, al giorno d’oggi, per evitare che la squalifica e il disconoscimento del pensiero e dei vissuti di bambini/e e adolescenti possano configurare un presente anch’esso silenziosamente traumatico, un presente in cui le parole restino impronunciate ed inascoltate, un presente che rimanga fuori dal tempo, in cui tutto si dissolva e non vi sia più alcun soggetto. Wilfred Bion, psicoanalista britannico, scrisse che “sempre queste parole come passato, futuro, bei tempi passati sono parole di un sentimento nel presente ed è per questo che sono così importanti”. Penso, allora, che di questi aspetti così importanti noi dobbiamo occuparci nel presente, riallacciando queste tre dimensioni temporali, ricostruendo una temporalità e favorendo una storicizzazione del tempo passato e di quello presente, appesantito anche dalle aspettative e dai timori verso il futuro.

Ho pensato di concludere questa riflessione così come l’ho introdotta, con una poesia. “Le tre parole più strane”, di Wislawa Szymborska, poeta e saggista polacca, mi è sembrata perfetta nella sua capacità di contenere, condensare e rilanciare, con tre sole parole, interrogativi e possibilità immaginati e attraversati in questo scritto:

Quando pronuncio la parola futuro,
la prima sillaba già va nel passato.
Quando pronuncio la parola silenzio,
lo distruggo.
Quando pronuncio la parola niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

 

FONTI:

  • Iannotta, L. (a cura di) (2017). Il tempo incantato. Riflessioni psicoanalitiche sulla temporalità in età evolutiva.

  • Khan, M.M.R. (1979). Lo spazio privato del Sé.

  • Winnicott, D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi.