L’AQUILA: A 11 ANNI DAL TERREMOTO ARRIVA L’EMERGENZA CORONA VIRUS

 

CLEMENTINA_PETROCCO

Intervista alla dott.ssa
Clementina Petrocco
Psicologa Psicoterapeuta

Del dott. Domenico Capogrossi
Psicologo Psicoterapeuta Individuale e di Gruppo
Psicoanalista Interpersonale e Gruppoanalista
Servizio di Psicologia AIED L’Aquila

Sono passati 11 anni da quella notte in cui una scossa terribile segnava prepotentemente e in maniera indelebile la vita di ogni aquilano/a; il 6 aprile 2009 è ormai nella nostra mente individuale e di gruppo uno spartiacque tra il prima e il dopo terremoto. Mi sono chiesto, nel momento in cui una nuova emergenza inaspettata si abbatteva, questa volta su tutto il mondo, come questo evento potesse esser vissuto da una città in cui, proprio negli ultimi tempi, si iniziava finalmente ad assaporare un’altra ricostruzione oltre a quella di case ed edifici, la ricostruzione del tessuto sociale. Per poterci addentrare meglio in tutto questo ho deciso di porre alcune domande a una donna aquilana, Psicologa e Psicoterapeuta, la Dr.ssa Clementina Petrocco, sul campo sia durante il sisma del 6 aprile 2009 sia oggi.

D.C. Dr.ssa Petrocco, come essere umani, ancor prima che come professionisti e professioniste, stiamo attraversando, causa Coronavirus, un periodo davvero complesso, da tanti punti di vista. Lei come sta vivendo questo momento così particolare? Come sta riuscendo a mantenere la relazione con le persone che segue in terapia?

C.P. Personalmente, dopo un primissimo momento di apprensione e di grande attenzione nella gestione dello studio, mi sono adattata facilmente e ho attivato già dall’otto marzo il lavoro online con i pazienti; ho scelto di continuare la routine di studio, quindi ho inviato a tutti i miei pazienti un messaggio nel quale spiegavo che mantenevamo gli stessi giorni e gli stessi orari di appuntamento, al fine di conservare lo stesso spazio; potevano scegliere la normale telefonata o la videochiamata e sarebbe stata loro cura trovare luogo e spazio privato con cuffie al fine di tutelare la privacy; stessa regola per me.

Data la situazione nuova che necessitava di adattamento reciproco, del resto non prevista nel contratto iniziale, ho chiesto che mi mandassero risposta di consenso o diniego. Tutti i pazienti, tranne due, hanno accettato con estremo piacere e sono stati assolutamente puntuali nel rispettare gli orari e le modalità. Da parte mia, devo dire che all’inizio, non essendo abituata a lavorare online, mi stancavo moltissimo, in quanto la modalità è diversa, molto più concentrata e tutta basata sulla voce.

Io ho fatto quello che raccomandavo continuamente ai pazienti: quindi cercare di mantenere abitudini corrette, cura della persona e della casa, imparare cose nuove (ho imparato ad usare due nuove piattaforme per videoconferenze, ho fatto il lievito madre -cosa dolcissima ed emozionante-, ho fatto movimento e cose in famiglia), dedicarsi a ciò che di solito facciamo velocemente e distrattamente; non ho avuto tempo per poter fare di più, in quanto già alla metà di marzo è stato operativo il servizio di emergenza, che sto svolgendo insieme ad altri colleghi.

D.C. Cosa sta riscontrando nel suo lavoro? Quali sono le emozioni più sollecitate dall’invisibile Corona Virus?

C.P. Premetto che parlo, in linea di massima, della provincia dell’Aquila e desidero fare un distinguo tra il periodo fino a Pasqua e il periodo successivo.

Noi a L’Aquila per fortuna non abbiamo avuto epidemia e questo aspetto va preso in considerazione per valutare le reazioni; quindi, a parte lo sconcerto iniziale, molti si sono adattati bene, e, anzi, in alcuni casi hanno goduto del tempo ritrovato, di non dover lottare con il tempo, del recupero di abitudini ed affetti familiari. Da dopo Pasqua il quadro si sta modificando, per preoccupazioni economiche, spettro della disoccupazione, problemi a seguire i figli nei compiti, su piattaforme a volte non adeguate o inesistenti, e, nel caso di più di un figlio, carenza di computer ed altro; emergono problemi di dipendenze varie: da quelle comunemente riconosciute come tali a quelle più sommerse, relazioni non ufficiali che sono difficili da gestire, disagi e violenze familiari. In alcuni casi la paura del contagio, l’ansia di controllo si scontrano con aspetti claustrofobici: credo che alla ripresa di una pseudo normalità lavorativa emergeranno disagi e depressioni, gravi ansie e nevrosi da contatto, che sono già in embrione.

Diverso il quadro dei pazienti residenti sulla costa o in zone contaminate, dove sia per i non addetti ai lavori e soprattutto per i soccorritori, la situazione psicologica è totalmente diversa: angoscia di morte, ansia fobica, lutti da elaborare, stress.

D.C. Noi aquilani abbiamo già vissuto una tragedia di massa come quella del terremoto del 6 aprile 2009. Anche allora lei fu da subito in prima linea, ricordiamo il camper come luogo per portare avanti il suo prezioso lavoro. Ci potrebbe dire secondo lei emotivamente cosa avvicina e cosa distanzia il momento attuale da quello del 2009?

C.P. Nel mese di marzo, proprio agli inizi, girava su facebook una vignetta riferita agli Aquilani che diceva: “terremoto, tutti fuori” “coronavirus, tutti dentro” con relative illustrazioni;

ecco credo che questa vignetta un po’ smitizzante, ironica, esprimesse nella sua sintesi il nostro stato d’animo, ma anche la nostra “abitudine” all’emergenza. In questo periodo è stato per noi questo il tema dominante: sui giornali hanno scritto che L’Aquila è stata fino ad ora una città virtuosa, nel senso che ci sono state pochissime trasgressioni alle regole date, poche sanzioni e nessun contagio locale. Aggiungo che anche i pazienti seguiti da me si sono adattati facilmente cercando di cogliere gli aspetti positivi dello stare in casa, e a prescindere da i molti problemi economici, comuni a tutta Italia, ma forse ancora più sentiti in una città che stava proprio in quel momento per riaprirsi, e da alcune situazioni familiari pesanti, per il resto hanno accettato con grande disciplina le regole e con dolore composto anche la mancata fiaccolata del sei aprile.

Forse la recente abitudine alle file? Le tendopoli che sono ancora vivissime in tutti noi? La mancanza di un posto sicuro dove rifugiarsi? L’essere stati per anni senza luoghi di incontro, di cultura, di arte, di sport, di socialità? Forse anche il desiderio di molti di tornare a casa, il vivere ancora in abitazioni provvisorie?

Lavorando online in emergenza Covid, ho notato che le molte telefonate arrivano dai posti più disparati di Italia, ma nessuna, almeno a me, dalle zone colpite dal terremoto del 2016 del centro Italia e pochissime da L’Aquila… credo sia una sorta di abitudine all’emergenza che ha permesso di sviluppare una forte capacità di resilienza…

D.C. Come Aquilani siamo considerati persone forti, gente di montagna dalla scorza dura. Inutile però negare che questo virus, proprio nel momento in cui si respirava e assaporava un’aria di rinascita, ci abbia gettato nuovamente nello sconforto. Cosa si potrebbe fare per attraversare al meglio questo periodo, così da ridurre al minimo possibili ripercussioni traumatiche?

C.P. Sicuramente questo blocco quando la città stava riprendendo la sua corsa ha avuto l’effetto sulle persone che si ha quando ci siamo allenati per mesi a partecipare ad una maratona e veniamo bloccati a cinque metri dalla partenza, resta il senso di frustrazione e di energia bloccata. È successo questo, soprattutto alla fascia di età che va dai venti ai trenta anni e a tutte quelle persone, soprattutto giovani, che si stavano fortemente impegnando in attività economiche e di sviluppo in città: è rimasto di nuovo tutto immobile, tutto come pietrificato e soprattutto girando nel centro dell’Aquila si ha la stessa sensazione di angoscia che abbiamo avuto nel post terremoto. Il tutto aggravato da pesanti situazioni economiche.

Cosa fare? Nell’emergenza terremoto è stato più semplice intervenire attraverso tutti gli organi di volontariato, le associazioni locali e, non da poco, l’aiuto di tutta l’Italia; adesso siamo tutti più soli e irraggiungibili; le attività di volontariato si sono attivate con strumenti nuovi e diversi, piattaforme, gruppi di incontro online… ma resta l’isolamento.

Credo che molto del lavoro lo stiamo facendo noi psicologi e molto ne dovremo fare nel seguire le persone con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, rinunciando ai vari setting classici e anche a volte alle proprie teorie di riferimento, cercando di sviluppare e far emergere una nuova capacità di resilienza e una progettualità futura. La progettualità futura è la parte più difficile, soprattutto nei giovani adulti che rischiano di rimanere di nuovo bloccati e di rientrare nel trauma del blocco del terremoto. In quest’ultimo, però, si sperava in una rapida ricostruzione, mentre il Covid è ancora più imprevedibile e incontrollabile e minaccia nel profondo l’esistenza della persona. Con il terremoto ci si poteva allontanare e vedere realtà diverse e la speranza di ricominciare. Adesso assistiamo ad un blocco fisico, psicologico ed economico dal quale non ci possiamo allontanare. Ora dobbiamo lavorare sul blocco e sulla futuribilità più che sul trauma; è importante che la psicologia e la psicoterapia siano alla portata di tutti e accessibili a tutti. Il pubblico deve assolutamente essere implementato, il volontariato essere presente e tutti noi, anche i privati, dovremmo metterci, almeno in buona parte, a disposizione di chi non ha risorse economiche o non può destinarle alla propria salute mentale.

D.C. Se le va ci potrebbe svelare un suo personale pensiero o speranza sul futuro, prossimo e non?

C.P. Sono fermamente convinta che l’essere umano ha capacità di adattamento enormi, e ne abbiamo infinite testimonianze sia come specie che come individui, abbiamo tante risorse e tanti aspetti di noi che non conosciamo e che non utilizziamo. La capacità di ognuno di noi di problem solving ci aiuterà a trovare soluzioni che forse ora neanche immaginiamo; e questo è il messaggio che dobbiamo usare per uscire psicologicamente da questo blocco: più che dare soluzioni… dare voce alle risorse.

D.C. Ci tengo a ringraziare personalmente e a nome del Consultorio Aied la Dr.ssa Clementina Petrocco per la disponibilità, la semplicità, la profondità e la sincerità donate in questa intervista. Grazie di cuore!

Domenico Capogrossi.