IL COVID-19 POTREBBE UCCIDERCI. OPPURE NO.

 

Le sfide evolutive della pandemia potrebbero rappresentare un’opportunità.

Della Dott.ssa Ilaria Carosi
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-relazionale
Servizio di Psicologia AIED

ILARIA_CAROSILo sapevi che in Giappone,
quando si riparano le ceramiche rotte,
non si nasconde il danno ma lo si sottolinea,
riempiendo d’oro le linee di frattura?
Perché credono che quando qualcosa
ha subito un danno ed ha una storia,
diventi più bella.
Riluci d’oro dove la vita ti ha scheggiato. 
(Rosso Istanbul, F. Özpetek)

C’è un aspetto che mi preme sottolineare in questo breve contributo: la durezza di un evento traumatico può compromettere la nostra integrità psichica ma non inficiare del tutto la nostra capacità di far fronte ad esso.

È un messaggio che va veicolato, pur nella sua semplicità che non vuole essere mera semplificazione di quello che è un evento – la pandemia da Coronavirus – assolutamente complesso, nelle sue sfaccettature e nelle implicazioni che può avere sull’equilibrio psichico di ciascuno di noi.

Siamo di fronte ad una maxi-emergenza che ha delle caratteristiche particolarissime poiché sta coinvolgendo un gran numero di Paesi e un gran numero di persone e se è vero che il contagio – fortunatamente – non riguarderà tutti, in tanti – compreso chi scrive – siamo costretti a fare i conti con la paura che un contagio possa riguardare noi stessi e i nostri cari, in tanti siamo stati costretti a subire i molteplici effetti dell’isolamento da lock-down e le conseguenze fisiche, psichiche, emotive, socio-relazionali, economiche che ad esso si correlano.

Insomma, nessuno è immune. Ed è proprio qui che iniziamo a capire i livelli di complessità determinati da un evento che è sistemico e che con il suo potenziale distruttivo tocca tutti e tutte, in un modo o nell’altro.

Per tale motivo, quando come professioniste e professionisti della salute mentale ragioniamo sulla pandemia da Covid-19 non possiamo omettere di considerare che agli effetti sull’individuo si intrecceranno anche quelli sul sistema di relazioni in cui esso è inserito, da quelle familiari a quelle socio-comunitarie, in una correlazione tra l’intrapsichico e il relazionale, il particolare e il generale che necessita di spostare continuamente il focus: da noi individui a noi partner, genitori, figli o professionisti; da noi individui a noi coppia o famiglia; da noi individui a noi cittadini, non solo della nostra piccola o grande comunità o del nostro Paese ma dell’intero universo.

Solo in questo modo saremo in grado di rispondere, dal particolare al generale, alle sfide evolutive che la pandemia da Covid-19 ci sta presentando.

Nell’ottica sistemico-relazionale, un evento inatteso, imprevedibile, improvviso all’interno del ciclo vitale dell’individuo (della famiglia e della collettività) si definisce paranormativo: si tratta di una situazione che, seppur possibile, non necessariamente tutti siamo costretti a vivere nell’arco di una vita. Si tratta di una circostanza che, in positivo o in negativo, è altamente impattante sull’equilibrio precedente e che, proprio in virtù del suo metterlo in crisi e alterarlo, rende necessaria una riorganizzazione individuale, sistemica e collettiva-comunitaria. In breve, il raggiungimento di un equilibrio nuovo, in quella alternanza tra omeostasi e cambiamento che è caratteristica dei sistemi aperti quali noi siamo, in quanto esseri umani e mente relazionale.

Ci piaccia o no, il Covid-19 ci obbliga a riorganizzare le nostre vite, a modificare le nostre abitudini, i nostri comportamenti e le nostre stesse modalità di comunicazione.

Si è partiti dall’uso di guanti e mascherina, fino ad arrivare al cambiamento del consueto modo di salutarci con stretta di mano, abbraccio o bacio. Si è passati dalla diffusione delle videochiamate come naturale modalità per relazionarci anche ai nostri affetti più cari, fino ad arrivare al lavoro da casa e alla didattica a distanza, in una riorganizzazione della quotidianità che ha comportato delle fatiche psichiche e che non per tutti è stata facile né automatica. Inoltre, durante il lock-down, l’essere costretti a condivisione forzata di spazi o a distanze imposte innaturalmente anche all’interno della famiglia nucleare ha creato situazioni che hanno inciso anche sulle fasi di ciclo vitale in cui ciascuno si trovava, determinandone -de facto- un’alterazione.

Per quanto concerne l’ingresso nella cosiddetta fase 2, si tratterà di cominciare ad accettare l’idea che, almeno per il momento, le nostre vite non potranno tornare ad essere quelle di prima. Saremmo noi stessi complici di una negazione collettiva se aderissimo incondizionatamente a quell’andrà tutto bene che tanto ci è stato utile, soprattutto nei primi giorni, a contenere le nostre – giustificatissime – angosce e anche quelle dei nostri bambini e bambine.

Adesso, per mantenere un adeguato esame di realtà, sarà utile ragionare sul fatto che non sappiamo quanto andrà bene, né quali saranno i costi psico-emotivi che ciascuno di noi sarà costretto a pagare individualmente o relazionalmente, a causa della pandemia. Né sappiamo quando potremo tirare il fiato e considerarla finita.

Quel che, invece, come psicotraumatologi sappiamo è che la pandemia da Covid-19 è un evento che non ha precedenti nel mondo per come lo conosciamo: impossibile fare paragoni socio-economici e culturali con l’influenza spagnola che flagellò il mondo tra il 1918 e il 1920. Siamo consapevoli che questa pandemia avrà numerose ripercussioni psicologiche su ciascuno. Siamo consapevoli che esse saranno legate alle esperienze che ciascuno di noi vivrà: un conto sarà avere a che fare con un ricovero, con un’intubazione e con la terapia intensiva; altro conto sarà avere dei lutti a causa del Covid-19; un conto sarà avere a che fare con la paura di ammalarsi; altro sarà essere sanitari impegnati in prima linea, esposti a continue e varie fonti di stress e traumatizzazione.

Non solo. Sappiamo che le nostre reazioni dipenderanno anche dalle esperienze precedenti, da come in passato sono state affrontate, gestite e superate altre crisi evolutive; da eventuali lutti non risolti già vissuti nell’arco della propria vita, da traumi o sofferenze psichiche pregresse che una nuova esposizione a fattori stressogeni potrebbero riattivare.

Abbiamo un compito etico e deontologico come psicologi e psicoterapeuti: non ci si può limitare ad ammonirvi su quanto è dura o lo sarà, perché questo lo sapete già in tanti, ve ne state accorgendo ogni giorno di più. Il nostro ruolo sarà – anche e soprattutto – quello di ricordarvi che abbiamo grandi risorse interne che possiamo attivare, riscoprire o generare ex novo, risorse che spesso vengono fuori proprio nei momenti di difficoltà, sorprendendo persino noi stessi. Ce la possiamo fare in autonomia oppure con l’aiuto di un professionista della salute psichica, qualora ci si rendesse conto che i livelli interni di ansia, tristezza, paura, preoccupazione, angoscia, rabbia, sono troppo profondi e laceranti; qualora insonnia, incubi, pensieri negativi, scarsa produttività o mancanza di concentrazione, lacrime, scarse relazioni sociali e intime diventassero la norma e non stati d’animo e comportamenti transitori che è anche normale avere, in un momento di incertezza quale quello che stiamo attualmente vivendo.

Potrebbe capitare a noi stessi di ammalarci di Covid-19, potremmo essere costretti a confrontarci con il ricovero di un caro o peggio ancora con una perdita e questo significherebbe essere esposti non solo alla eventualità di una traumatizzazione ma anche a quella di dover gestire un lutto traumatico, la cui elaborazione è evento complesso molto più di un lutto che avvenga per cause naturali e in età consona.

Per tali, suddette, specificità non si esiti a ricorrere all’aiuto di uno o una psicoterapeuta, ad un professionista che possa aiutare a superare le peculiarità cliniche che tali condizioni comportano. Non vi si vuole raccontare che è o sarà facile, vi basti sapere che è possibile, sopravvivere ad un lutto traumatico e rielaborare un trauma complesso.

Sarà bene ricordare che il cervello ha tra le sue infinite potenzialità quella di superare i traumi e rielaborare le tracce mnestiche tossiche in modo naturale. Quando ciò non avviene spontaneamente – perché il trauma è ripetuto nel tempo o troppo pervasivo nella sua distruttività – è possibile farlo attraverso protocolli e tecniche specifiche (ne è un esempio l’EMDR) che consentano ai ricordi, immagini, cognizioni ed emozioni rimaste bloccate in una specifica area cerebrale di “migrare” in un’altra. Può essere proprio una psicoterapia il percorso adatto a ricollocare cognitivamente il non-sense di un’esperienza traumatica.

Chiudo con una considerazione necessaria.

La parola crisi in greco non ha lo stesso significato negativo che le attribuiamo nella nostra lingua, poiché nella sua radice sono contenute anche le potenzialità che ogni crisi – valutazione ponderata, scelta, esame delle possibilità - comporta. La stessa interpretazione ne viene data nell’ottica sistemico-relazionale: le crisi sono evolutive per il sistema, rispetto ai congelamenti e alle sospensioni temporali che spesso sono caratteristica di blocchi e psicopatologie. Degli individui ma anche delle intere comunità.

Tante cose saremo costretti a ripensare nel post-pandemia, come individui e come collettività. Non è detto che questo sia un male.