GENITORI-INSEGNANTI, INSEGNANTI E GENITORI. PARLA IL MAESTRO LUCA CENTI PIZZUTILLI

 

CentiPizzutilliMoroIntervista della dott.ssa Daniela Moro
Psicologa, Psicoterapeuta psicoanalitica
dell’infanzia, dell’adolescenza e della coppia genitoriale
Servizio di Psicologia AIED L’Aquila

 

Il binomio scuola-famiglia rappresenta da sempre una relazione tra due sistemi influenti sull’educazione del bambino e della bambina. Oggi più che mai, questo rapporto rischia di trovarsi in estrema crisi a causa della didattica a distanza. Se infatti da una parte le famiglie si trovano appesantite dalla gestione della “scuola online” in quarantena e in smart working, dall’altra parte la realtà che vivono molti insegnanti non è meno frustrante.

Riuscire a ritrovare un equilibrio è invece fondamentale, in quanto una buona relazione scuola-famiglia rappresenta un importante fattore dell’apprendimento per bambini, bambine, ragazzi e ragazze.

Proviamo allora, mamme e papà, a scoprire chi c’è dietro questa scuola. Proviamo insieme a parlare con lo scrittore aquilano, insegnante di scuola primaria, Luca Centi Pizzutilli.

 

D.M.: Maestro Luca, ci può raccontare chi è, e la realtà nella quale lavora?

L.C.P. Sono un maestro di scuola primaria e quest’anno insegno in una classe quinta. Mi reputo fortunato perché ogni anno mi trovo a lavorare in realtà meravigliose, a partire dai bambini fino ad arrivare agli insegnanti e ai genitori. Un clima stimolante che mi permette non solo di apprendere cose nuove ma anche di contribuire un po’ con le mie conoscenze. Come dicevo, quest’anno insegno in una classe quinta, una classe particolare perché segna la fine del percorso di scuola primaria e fa da ponte alla scuola secondaria di primo grado. Purtroppo non ho potuto portare avanti il programma e le mille idee che avevo in mente; mi stavo concentrando sui compiti di realtà e sui lavori di gruppo per valorizzare al meglio ogni alunno, per spingere ciascuno a cercare modi nuovi e creativi di produrre un elaborato ma il tutto è stato troncato dalla recente pandemia. Inutile dire che, nonostante i miei sforzi e quelli dei miei alunni, la didattica ne è risultata in qualche modo “azzoppata”, continua ad andare avanti ma non spedita come prima e senza le deviazioni creative che avevo apportato.

D.M: Iniziata la quarantena, la questione “scuola” e come gestire la scuola a distanza è stato uno dei principali argomenti di discussione. Come ha vissuto lei l’incertezza della prima fase?

L.C.P. Incertezza è dire poco. Non solo gli alunni ma anche noi insegnanti ci siamo ritrovati senza punti di riferimento, senza una linea d’azione comune. Molti colleghi di altre scuole avevano già avviato sperimentazioni di didattica a distanza ben prima della quarantena e si sono trovati in qualche modo avvantaggiati, proseguendo con l’attività di videolezioni e compiti online. La mia scuola ha risposto tempestivamente alle nuove esigenze. Il team di classe ha subito creato gruppi con alunni e genitori per la condivisione del materiale didattico e, nelle ultime settimane, il dirigente scolastico ha reso disponibili account su piattaforme online (come Google Classroom) per proseguire con la didattica.

D.M.: Ha avuto modo di sentire i suoi bambini e le sue bambine in questo periodo? Come?

L.C.P Perlopiù sui gruppi e recentemente per le videolezioni sulla piattaforma di cui parlavo prima. Inutile dire che è stato tutto molto strano, niente può sostituire il contatto umano. Nell’insegnamento è una componente fondamentale, specialmente nella scuola primaria. Noi insegnanti non ci limitiamo, infatti, a trasmettere nozioni o a far svolgere esercizi ma siamo anche lì per ascoltare i nostri alunni. Per conoscere i loro problemi, se ne hanno, per rassicurarli se sono insicuri. Per spingerli a scoprire i loro punti di forza e farli uscire un pochino dagli schemi. Bambini di 8, 9 o 10 anni hanno necessità differenti rispetto a un ragazzo delle superiori o quantomeno è la modalità di soddisfazione delle necessità a cambiare. Un sorriso o un abbraccio non possono essere replicati virtualmente, per quanto la tecnologia abbia fatto passi da gigante!

D.M. Che riscontro ha avuto dalle famiglie?

L.C.P. Per fortuna la maggior parte dei genitori si è dimostrata collaborativa e comprensiva, ci ha supportato e aiutato a metterci in contatto con gli alunni, specie nelle prime fasi della quarantena. Non sono mancati però casi di genitori refrattari al nuovo (e necessario) metodo di insegnamento, genitori che ci hanno accusati di voler solamente assegnare compiti o, in alcuni casi, addirittura di aver tardato nell’assegnazione di un paio di ore. In questi casi abbiamo tentato di sottolineare la nostra disponibilità a rispondere alle loro domande, anche al di fuori di quell’orario scolastico che oramai, per forza di cose, non esiste più. Personalmente ricevo messaggi da genitori e alunni in ogni momento della giornata e non mi sono mai lamentato. Cerco di organizzare con metodo le mie video lezioni e anche di proporzionare il carico di lavoro a casa anche in virtù degli impegni dei genitori; l’impegno però deve esserci da entrambe le parti. Non smetterò mai di ripeterlo, noi insegnanti non ci limitiamo a trasmettere conoscenze ma andiamo anche nella sfera umana. E in questa situazione non possiamo che limitarci a pochi contatti settimanali. La necessità di andare avanti col programma è più pressante nelle classi importanti come le quinte dove, il prossimo anno, si farà il “grande salto” nelle scuole medie. Vogliamo solo che i nostri alunni siano preparati e senza “buchi di apprendimento”. Ma ovviamente restiamo a disposizione dei genitori e degli alunni stessi per domande e chiarimenti.

D.M. Come psicoterapeuta ricevo diverse chiamate da genitori preoccupati dal fatto che i figli non vogliano studiare… che messaggio vorrebbe dare a questi genitori?

L.C.P. Purtroppo è abbastanza comune, specie nella scuola primaria, che i bambini non vogliano studiare a casa. Non c’è uno schema, capita al bambino che ha sempre avuto ottimi voti così come al bambino che aveva difficoltà in classe. Spesso il motivo è semplice, il bambino non vede la propria casa come un ambiente educativo quanto come un ambiente di divertimento o di relax e, di conseguenza, fatica a percepirlo come un luogo dove deve anche studiare. L’unica cosa possibile, in queste situazioni, è quella di dare una parvenza di struttura all’alunno/figlio che deve vedere nel genitore anche una sorta di insegnante “per procura”. Si possono fissare degli orari di studio ad esempio, due ore il pomeriggio o un’ora la mattina e una il pomeriggio, ore in cui il bambino dovrà impegnarsi nello studio senza distrazioni di sorta. Raccomando di non ricorrere al “ricatto” (se non studi niente PlayStation!) anche se può sembrare la strada più semplice; il rischio, infatti, è quello che il bambino possa associare lo studio a qualcosa di imposto, di poco piacevole, che è costretto a svolgere solo per poter avere benefici. Nella scuola primaria sconsigliamo questo comportamento perché l’alunno, di giovane età, può essere stimolato in molti modi. Perché non cercare un video educativo online o strutturare la lezione in modo originale piuttosto? Capisco che sia difficile per un genitore rivestire questo duplice ruolo ma potrà trovare sostegno negli insegnanti. A me è capitato di dare consigli a qualche genitore e di proporre materiale online per affrontare lo studio in maniera meno pedante.

D.M. Come state procedendo adesso?

L.C.P. Siamo oramai giunti alla fine dell’anno ma continuiamo ad impegnarci ogni giorno sforzandoci di trovare nuovi modi per stimolare gli studenti. La videolezione è interessante e offre molti spunti di riflessione ma spesso, specie nei primi momenti, risulta caotica a causa del gran numero di partecipanti (spesso anche più di 25). Ci sono dei limiti dunque che però cerchiamo di aggirare integrando altri strumenti come messaggistica, questionari online a risposta multipla, video interattivi e via dicendo. I bambini apprezzano questa nuova impostazione e proprio oggi ho ricevuto decine di messaggi, dopo una videolezione, di alunni che rimpiangevano le mie lezioni dal vivo. Inutile dire che la mancanza fosse reciproca!

D.M Come può funzionare la didattica a distanza?

L.C.P. Questa situazione ci ha colti impreparati, ci ha costretti a correre ai ripari nel minor tempo possibile senza poter strutturare in maniera organica un intervento educativo. Inizialmente abbiamo utilizzato gli strumenti a nostra disposizione al 10% del loro potenziale anche a causa di problematiche esterne alla scuola, quale la necessità di autorizzazioni per poter avviare videolezioni e via dicendo. Questi mesi sono e saranno una sorta di banco di prova per testare le nuove funzionalità offerte dalla tecnologia; all’inizio del nuovo anno credo però che dovranno seguire degli approfondimenti, dei corsi, degli interventi mirati per poter integrare questo tipo di didattica anche nella didattica di tutti i giorni. Personalmente, infatti, non ritengo l’uso degli strumenti informatici slegato dalla didattica tradizionale. Perché dunque non integrarli nella vita di tutti i giorni? Dovremmo smetterla di definirla “didattica a distanza” come se fosse un qualcosa di slegato dall’insegnamento ordinario e tornare a parlare, semplicemente, di pura e semplice didattica.

 

Quello che mi colpisce nelle parole del Maestro Luca è l’iniziale riflessione sull’assenza del contatto umano. Si percepisce dalle sue parole il dispiacere nel sentire persa la parte del suo lavoro diretto alla scoperta della creatività, dell’originalità e dell’individualità di ogni singolo alunno o alunna, nel tentativo di far venire in contatto queste piccole persone con le loro potenzialità. Quello che però viene detto dopo, l’entusiasmo degli alunni e delle alunne al termine della loro prima videochiamata è qualcosa di estremamente significativo. Dimostra che il contatto umano ha un valore di relazione, di legame che una volta stabilito può durare anche nell’assenza dell’altro, e continua ad alimentarsi nel riconoscersi e ritrovarsi anche se in video-lezione.

Penso infine a tutte le famiglie che non hanno dispositivi adeguati, che non posseggono una buona connessione internet, sarà importante tenere a mente il rischio che si crei un blocco nel ponte scuola-famiglia, andando a generare o alimentare una disparità culturale e relazionale tra chi ha accesso o no alla didattica online.

Il tema della relazione scuola-famiglia sarà nei prossimi tempi sempre più presente, quello che è certo, è che sarà utile e funzionale per i nostri bambini e le nostre bambine, solo un approccio conosciuto in letteratura come “the overlapping spheres of influence model di Epstein (1996)”, cioè un approccio basato sull’interconnessione, la cooperazione e la comunicazione tra scuola e famiglia, sia se la scuola riprenderà dal vivo sia che proseguirà a distanza.